CRITICA

HANNO SCRITTO DI LUI

Dino Carlesi

Nicola Micieli

Raffaello Bertoli

Lodovivo Gierut

Giuseppe Cordoni

Giovanni Bovecchi

Cristiano Mazzanti

Alvaro Bongi

Emilio Paoli

Velella Bisi

Giorgio Giannelli

Costantino Paolicchi

Stefania Melani

PRESENTAZIONI

LUDUS NUDUS

Nella tradizione anglosassone Lord Scompiglio è il re del carnevale: la morale in vacanza sconvolge gli abiti tradizionali per vestiti trasgressivi e maschere a cavallo della storia personale ed universale.

La mano di Piero Bresciani riesce ad indirizzare il pennello su questa realtà nascosta con precisione onirica e il vento del carnevale ,ancora leggermente in fuga nella benda della gamba, scopre i silenzi piramidali della monumentalità dell’inconscio che parla con divinità omeriche e simboli di geometria cristallina , con uccelli del paradiso psicologico ed arcobaleni di ottimismo a mezzaluna per arrotare con la falce cromatica il paesaggio ed illuminare lo sfondo che si apre appunto sull’infinito che coincide con il nulla.

Il carnevale di Piero Bresciani, lontano dalle facili interpretazioni clownesche tipiche di tanti stili versiliesi ancora chiusi nella retorica della lacrima del pagliaccio, è la vera scoperta di questa festa che altro non è che una ricerca della verità al di là della faticosa finzione dei giorni normali dove la gente è travestita a comando da un direttore, da un cliente, da un sergente.

Il carnevale, contro ogni riproduzione , è il regno del silenzio come può essere silenzioso un nudo che frannette fra sé e il mondo solo il confine della epidermide: le bande, (con i banditi anche di manganello), i botti, le grancasse sono espedienti appunto per nascondere questo silenzio e di fronte a queste immagini proposte dal Bresciani si impone spontaneo un ringraziamento per chi, anche nel frastuono del carnevale dell’arte coi cembali e la batteria suonata dai mercanti e la caccavella starnazzata dai galleristi che scambiano le gallerie per il traforo del Monte Bianco, ha saputo cogliere il rumore impercettibile di un coriandolo che plana al suolo dopo il decollo dalla mano di un bambino.

Gennaio 1988                                                                    Cristiano Mazzanti

E’ IL MOMENTO DI PIERO BRESCIANI

 

La mostra di Piero Bresciani dopo tre anni di assenza in Versilia è stata un nuovo contributo per una revisione critica delle vicende artistiche di questo pittore.

Pur rimanendo coerente intimamente si mostra, oggi, con una notevole complessità e va esaminato in relazione allo svolgersi del suo personale progresso artistico.

Dalla fantasia elaborata dell’immaginazione si giunge a quella che si chiama “purificazione dell’uomo”, di chi, insomma, non si lascia andare alle tante “esterne”correnti pittoriche , che in Versilia ci piovono da ogni dove…..La luce, il colore, l’ombra, il contro-luce, il segno pittorico-grafico meno astratto, meno vago ci rende con decisione la perenne tensioone lirica di un protagonista.

Improvvisazione continua e duratura, appunto, di chi si nutre della stessa immagine che emette fuori.

Bresciani si è mostrato nuovo pur non recriminando per questo i suoi motivi precedenti che rimangono conduttori.

Tecnicamente va a raggiungere la proprietà della linea e della luce; di questo non possiamo avere dubbi o esitazioni dopo aver osservato ciò che ci ha mostrato in questo vernissage.

Difatti un artista dovrebbe, in pratica, sempre migliorarsi e non lasciarsi andare anche quando raggiunge o percepisce di aver raggiunto “il punto massimo”, la sensibilizzazione strema del genio, finendo inevitabilmente nel manierismo di se stesso.

Cadono qui i molti, così detti, imbrattatori di tele, e li riconosciamo.

Bresciani non è fra questi e quindi va avanti e la sua strada è il perfezionismo, l’autocritica, non certo l’annullamento, il deterioramento di quanto fino ad ora ha saputo fare di meritevole.

I tanti volti di donna; l’assoluta mancanza di modestia negli sguardi ci colpisce come se “immodestia” fosse “esuberanza”.

Il carattere pieno di temperamento ma dolce del pittore ci risponde da ogni tratto: ed il suo occhio è occhio, è fiore, è seno, è frutto, è immagine.

Nella policromia delle tele spicca la limpidezza della china sul bianco netto dello sfondo.

E’ il segno di chi sda didegnare e traccia contorni, movimenti, sfumature.

A questa luce si può ben esaminare la produzione del Bresciani, le cui identuità sorgono ora, come proiezioni fino ad oggi ampiamente trascurate dall’attenzione della critica.

Laura Nicolai

LA MODERNITA’ DI PIERO BRESCIANI

 

I soggetti sono naturalmente irreali.

Non mancano dettagli precisi, puntuali, minuziosi dai toni più diversi; dal realismo paesano sotto il Monte  Forato con fisarmonica e berretto alpini in alta montura per la festa alle epidermidi più delicate, accarezzate da una luce lattea infantile per un nudo silenzioso che non appare per niente fuori luogo anche se dovrebbe esserlo.

Le tele ed i colori di Piero Bresciani non sono soltanto finestre, oblò o periscopi sul fluire della nostra storia ma nascondono anche il messaggio inquieto che attanaglia il nostro panorama ecologico e spirituale.

Un esempio chiaro:chi ha fotografato Chernobyl post-esplosione non ha impressionato per niente la pellicola con la tragedia a fior di pelle.

Il paesaggio non è stato sconvolto dalla radiazione silenziosa che non ha intaccato tutti gli equilibri della natura contenitore esterno.

La pittura di questo artista pietrasantino potrebbe infatti essere definita Gestalt inquieta: tutto sembra a posto come il nostro mare od i nostri monumenti ma una inversione di leggi fisiche (il cane a ritroso) o spunti improvvisi invitano alla meditazione sul dietro della facciata.

Non a caso una delle figure quasi ieratiche che si avventuarno nei suoi deserti spietatamente dechirichiani è l’androgino con il suo carica di maschere e di ambiguità.

La tentazione verso una disperazione nihilista è tuttavia interrotta dall’arcobaleno che non cessa di far capolino come promessa e sigillo di una nuova alleanza anche fra pittura e vita.

Aprile 1989                                                                    Cristiano Mazzanti

PER L’ASSOCIAZIONE ARTISTI VERSILIESI

 

in occasione della mostra “Homo ludens”

Palazzo Paolina

VIAREGGIO

 

In Piero Bresciani la trasgressione è d’obbligo per l’attitudine costante alla simulazione di personaggi e situazioni.

Simula l’androgeno che tende a nascondere il sesso come simula l’equilibrio quando tende a porsi fuori di sé stesso, delle leggi fisiche.

La maschera cessa perfino di essere tale per ridursi a “norma” in un carnevale che non è più finzione ma tragica ironia del vero.

Si avverte che la piramide rovesciata è fragile, non sorregge pesi ma sogni e illusioni.

Sono gli oggetti a mascherarsi per parlare a maschere che sono solo maschere di sé stesse e ciascuna cerca disperatamente la propria identità sotto la coltre delle simulazioni naturali, e la soluzione del gioco-tragedia sta forse in quelle parole non dette che dal fondo salgono verso interlocutori impossibili.

“L’instabilità è totale” perchè l’arcobaleno sostiene solo colori e la “piramide” si porta in seno la propria storia.

Siamo quasi alla beffa giocata a noi stessi.

Dino Carlesi

HOMO

LUDENS

 

Lodovico Gierut

 

L’occasione di questo scritto è “Homo Ludens”, rassegna di arti figurative svoltasi nel febbraio a Viareggio sotto la supervisione di dieci critici chiamati dalla Fondazione Carnevale e dall’Associazione Artisti versiliesi, i quali hanno posto all’attenzione del pubblico 33 autori evidenziati in un catalogo molto bello, curato nella veste grafica da Lorenzo Gualtieri.

Le scelte operate dai tecnici del settore che hanno chiamato alcuni fra i più famosi pittori italiani, sono state in parte vanificate con l’invio di lavori non calzanti con lo spirito dell’esposizione.

Tra gli invitati citiamo Mino Maccari, Luca Alinari, Enrico Baj, Fernando Farulli, Piero Tredici ed altri.

Ma capiamo che organizzare manifestazioni non è cosa facile poichè portare avanti analiticamente un fatto di un certo livello, implica sforzi di  vario tipo non sempre adatti per alcuni critici; il nostro è un tempo in cui l’arte è anche legata ad interessi politici di varia natura, così la prossima biennale di Venezia, ad esempio, farà senz’altro parlare sempre per quello che attiene il dato artistico di ciò che verrà presentato: abbiamo già visto alcune sculture “scelte”appositamente e per le stesse condividiamo in assoluto la metodologia usata dai responsabili.

Com’è difficile tentare di far crollare i miti di carta quando sono continuamente osannati dalla critica di parte ben piantata sulla poltrona del potere!

E’ veramente un fatto penoso; qualche volta uno si chiede il perchè continui a scrivere e cerchi di farlo con serietà ed obbiettività, ma la stessa cosa può essere riferibile per pittori e scultori che (menomale ce ne sono ancora, quasi in estinzione) prediligono un contenuto che acquisiscono tramite il loro impegno giornaliero, magari compreso ma non accettato (salvo poche eccezioni) da quei “baroni” della penna d’arte che al momento e nel luogo più opportuno, operano in perfetta sincronia con la propia psicologia comportamentale.

Im “Homo Ludens” ci appare di estremo interesse l’intervento scritto di Mario Tobino, così come quello di Carlo Alberto di Grazia e di Silvio Micheli, tutti su questo carnevale viareggino che merita di essere maggiormente conosciuto.

Come testualmente si legge “gli artisti invitati sono chiamati ad esprimere nel proprio più autentico e peculiare linguaggio la loro visione ludica del mondo vivente, in occasione del carnevale di Viareggio che, in quanto “festa” ha tratti comuni col gioco, ed è anzi esso stesso un grande gioco corale”;

gli operatori estetici hanno così portato all’attenzione pubblica i propri lavori, così uno dei pittori che ha pienamente compreso la tematica voluta quest’anno è stato Piero Bresciani: ha presentato due tecniche miste intitolate “Instabilità totale 1987” e “La piramide racconta” e giustamente nella pubblicazione Dino Carlesi scrive”…..sono gli oggetti a mascherarsi per parlare a maschere che sono solo maschere dii sé stesse e ciascuna cerca disperatamenyte la propria identità sotto la coltre delle simulazioni naturali, e la soluzione del gioco-tragedia  sta forse in quelle parole non dette che dal fondo salgono verso inbterlocutori impossibili.

L’instabilità è totale perchè l’arcobaleno sostiene solo colori e la piramide si porta in seno la propria storia: siamo quasi alla beffa giocata a noi stessi.”

La sua è stata una presenza qualitativa avendo centrato anche le finalità dell’esposizione, ma tale fatto non è certamente casuale data la parabola ascendente che egli ha in sè:il suo incessante e lineare senso di ricerca artistico-culturale gli va facendo ottenere un posto di tutto rispetto nel vario mondo pittorico.

Lodovico Gierut

BRESCIANI/ LA MASCHERA E IL VOLTO

 

dal catalogo “Variazioni dell’immaginario”

 

…………………………….

 

Piero Bresciani individua nel luogo canonico della maschera il tema tipicizzante il suo immaginario figurale.

Macshera come mascheramento, consapevole operazione di duplicazione del volto mediante un elemento che ne altera i tratti o addirittura vi si sovrappone con una propria specificità visiva.

La maschera come abbigliamento del corpo, occasione di un intervento estetico su un elemento mobile che per tali paludamenti acquisisce potere di significazione.

La maschera infine come pittura, ovvero elaborazione di un aspetto fittizio che sostituisce l’esperienza della realtà o di un contesto decorativo che si propone in assoluto come realtà autonoma o autogiustificante.

Credo che la pittura di Bresciani non voglia travalicare l’assunto del proprio essere una maschera, e farsi per tale fondativa proprietà luogo di esibizione di decori e ornati festosi, di colori e figurazioni risolte con la scioltezza e la fantasiosità di un addobbo carnascialesco.

Non voglio con ciò escludere la presenza di sensi allusi, di rimandi a un più sottile e problematico entroterra esistenziale, come dire un aspetto pirandelliano del tema o anche pure una schematizzazione di tipi umani e situazioni sociali in maschere emblemaìtiche e immediatamente individuabili.

Sicuramente un’opera come “Apuane in maschera” contiene una sua tangenza in tal senso, e magari dischiude anche un discorso di tipo autobiografico per l’esplicita presenza degli strumenti basilari del pittore.

Ma non è il carattere dominante dell’immagine , la quale soprattutto respira della sua libertà di finzione pittorica, del suo essere una superficie che simula con la propria aleatoria materia gli aspetti mutevoli dell’essere.

Nicola Miceli

PIERO BRESCIANI

 

Dopo i lusinghieri successi ottenuti nelle sue ultime mostre personali, il pittore Piero Bresciani si appresta ad allestire una esposizione delle sue migliori opere in Svizzera.

Piero Bresciani, come si sa, si è fatto apprezzare soprattutto per la sua forte carica espressionista accompagnata da una nitida esecuzione grafica.

Il suo stile, se pur personalissimo, ci ricorda di essere stato allievo di Domenico Cantatore e legittimo erede della tradizione grafica toscana.

Da Il Tirreno                                                                 Alvaro Bongi

PIERO BRESCIANI

(da sette domande ai pittori versiliesi)

 

Stando acotatto con gli studenti dell’Istituto d’arte “Stagio Stagi” Piero Bresciani si sente continuamente stimolato.

La scuola, anche se ha i suoi lati negativi, anche se aspetta riforme da tempo immemorabile , è pur sempre un ambiente sano, disinteressato, dove la ricerca può svolgersi senza condizionamenti.

Tutto dipende dall’insegnante.

Lo incontro nel corridoio dove sono state appese alcune tavoile dei suoi allievi; esperienze di immagini eseguite attraverso varie tecniche, dalla fotoimpressione al collage con chicchi di riso.

Esponente delle ultime leve, Bresciani è più disponibile per i ripensamenti che per gli slanci spericolati e i salti nel vuoto.

Piero Bresciani è nato a Pietrasanta il 5 maggio 1945.

Abita e lavora in via Marconi 58.

Ha conseguito la maturità artistica al Liceo artistico di Carrara e il diploma di pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano.

E’ insegnante di disegno all’Istituto d’arte “Stagio Stagi” di Pietrasanta.

Bresciani confida nella lenta elaborazione dei suoi temi, continuando esperienze che  a suo avviso non sono state completamente bruciate.

Espressionismo, nuova figuralità, suggestioni del subconscio, lo trovano disponibile.

Come lucidamente ammette, senza perifrasi, ama tenersi al di fuori dello sperimen-

talismo.

Chi opera nel campo delle attività artistiche esprime, più che con le parole, con il lavoro le sue preferenze e il suo indirizzo: certe convinzioni gli servono per tirare avanti, per maturare il proprio modo di esprimersi.

Hanno un valore eminentemente soggettivo.

Dicevo sopra che anche la scuola può costituire una interessante palestra.

Certe sperimentazioni in aula hanno fornito esempi interessanti, ricchi di sviluppi: meriterebbero una maggiore diffusione, perchè rappresentano un modo di educare alla visione, di stimolare l’attività pratica.

L’attività è sempre da preferirsi all’attitudine.

I progetti di cui Bresciani parla, la cartella diu grafiche e le trenta tele, ci consentiranno tra breve di avere di lui una conoscenza più aggiornata.

Da La Nazione   14 marzo 1976                                        Emilio Paoli

PIERO  BRESCIANI

(Prima presentazione)

 

La Versilia comincia forse a capire di trovarsi in una posizione ambigua: il turismo la stimola verso esperienze attuali e ne fa una piattaforma avanzata; l’arte la illude sui miti e sui segni di altre età.

La coscienza del disagio, che gradualmente si fa più chiara, può essere un sintomo di risveglio.

Le numerose mostre che si avvicendano nella zona presentando pittori e scultori che camminano col capo rivolto all’indietro cominciano ad annoiare.

Il pubblico aspira ad una informazione più aggiornata.

Le comunicazioni di massa consentono uno scambio sempre più rapido.

Il ritmo della civiltà in ogni campo è in costante accelerazione.

Non sono molti gli artisti che coraggiosamente affrontano una nuova rotta per la loro navigazione .

L’originalità è una conquista difficile e può rappresentare una folgorazione improvvisa o una lenta maturazione.

Mi sembra giusto guardare con interesse a quei giovani che si apprestano a continuare le esperienze avviate suscettibili di svolgimento.

I dipinti e i disegni di Piero Bresciani rientrano in questa direzione.

Rivelano naturalmente le fonti ispirative, facilmente identificabili, per lui, nell’esperienza espressionistica, integrata dal corso della nuova figuralità, nelle incidenze del cubismo, nei suggerimenti del subconscio, rapportabili con le associazioni analogiche dei surrealisti.

Movimenti e tendenze significanti non possono restare senza effetto nei nuovi cultori della comunicazione estetica.

Mi pare nitidamente defilata anche una particolare predilezione per Mirò negli accordi lineari e spaziali, nelle superfici ondulate.

Evidentemente quei segni lirici hanno stimolato la tensione spirituale di un pittore che sa di dover compiere ancora un gran lavoro.

Non citerò altri punti di riferimento, anche perchè ho la convinzione che costituiscano fasi transitorie, linfe di una assenza che si svolge da un iniziale embrione.

Bresciani non abbandona la figura, ama i contrasti, è violento nel segno, non cela il fascino della sensualità come impulsivo attaccamento alla vita.

Ordine di superfici, studio compositivo, disciplina di inquadrature, rapporti volumetrici escludono sul momento altre esperienze, come l’automatismo dei gesti, e affidandosi sempre ad immagini, a correlazioni fra l’uomo e l’oggetto, l’uomo e l’ambiente, prescindono anche dall’escursione  negli spazi dell’astratto.

Si potrebbe concludere osservando che egli ha già fatto le sue scelte.

Ma sarebbe prematura una simile asserzione, nella prima personale(preceduta da rare collettive, a partire dal 1970).

Piero Bresciani è ancora fresco degli studi compiuti a Carrara, a Brera, da cui per breve tempo ha distaccato il servizio militare.

Penso che debba liberarsi di tante scorie, ma dovrà farlo con il filtro della sua intelligenza, senza seguire il parere degli altri, poichè l’artista non può contare sulle ricette in commercio. Si affida solo a sé stesso. P.Santa 14/5/1973 Emilio Paoli

 

MOSTRA AL MEDICEO

 DI PIERO BRESCIANI

Prosegue con successo l’attività espositiva alla Cappella di Palazzo Mediceo a Seravezza , sostenuta dal crescente interesse di pittori e scultori che operano in Versilia e che vedono nella suggestiva struttura una concreta possibilità di confronto e di dialogo.

Oggi alle ore 17 verrà inaugurata la personale del pittore Piero Bresciani, ricercatore attento e sensibile della forma e dell’espressione, artista maturo, dotato di un linguaggio originale e disinvolto, ricco di intuizioni e di fantastiche elaborazioni del reale.

Bresciani predilige l’indagine della figura, lo scavo psicologico dei personaggi evocati da una fertile immaginazione che dalle vicende quotidiane, dalle esperienze, i tormenti, i dubbi e le poche verità induce ad un processo di trasfigurazione poetica, ad una alchimia di allusioni, simboli e metafore distillate attraverso la luce e il colore, il segno e la composizione, per sintesi liriche ed immagini sospese tra il sogno e la realtà.

Con il suo stile inconfondibile Piero Bresciani sembra aver scelto per raccontare e interpretare il complesso e doloroso coacervo dei sentimenti che agitano l’umanità, il metrodo della parabola che suggerisce il messaggio attraverso le similitudini e gli esempi.

Così in quelle maschere che divengono tragica ironia del vero, perchè per Bresciani “….la trasgressione è d’obbligo, per attitudine cosatante alla simulazione di personaggi e situazioni “(Carlesi), con l’intento di rinviare “…a un più sottile e problematico entroterra esistenziale”(Miceli).

Costantino Paolicchi

IL CIELO INFERIORE IN PIERO BRESCIANI

 

Due sono le cifre interpretative dell’opera di Piero Bresciani: l’elemento ludico-enigmatico e la metafisica del meraviglioso.

L’autore pone al centro di tutte le cose sè stesso, ed anzi al di là di esse per ricrearle consegnandole anarchicamente all’autonomia della propria fantasia e allo scherzo-ironia del proprio giuoco.

Inventa così un’altra realtà nella visione di un tempo senza tempo e nella dimensione di un luogo senza luogo, impasta fra loro le forme delle specie animali, vegetali e minerali dando il soffio della vita ad ibridi a noi sconosciuti; provoca la nostra aspirazione all’unità genetica e alla purezza generando, talvolta, lindi ermafroditi fanciulli;

ci spinge nel profondo mare del meraviglioso e sconvolge la nostra stabilità a mezzo di mostruosi veicoli antropomorfi perennemente in viaggio e senza meta sicura;

stuzzica il desiderio di conquista di terrenove lontane ove configgere la bandiera della nostra dubbia identità;

ci ammonisce del nostro iper-realismo chiamando a cibarci dei segreti dell’immaginario strani esseri alati.

Ma il linguaggio dell’artista, lo sappiamo, è articolato su molteplici piani semantici: mentre dice qualcosa, cela qualcos’altro.

Il gioco, quale centro ingranaggio cui ruota attorno il mondo dipinto di Piero Bresciani, è una grande macchina dissimulatrice.

Prendiamo ad esempio “Il giocattolo”(1988), “L’esploratore misterioso”(1990); “La casa di Onan”(1992).

Nel primo la lettrice viene richiamata alla più propria funzione del mezzo meccanico che ha le sembianze di un grosso uccello quadrupede.

Infatti ella, intenta a proseguire la lettura del del libro, si poggia sulla parte sbagliata della groppa ignorando la giusta posizione.

Il giocattolo stesso animatosi come per incanto le suggerisce allora di distogliersi dai piaceri della cultura per curare quelli del corpo.

Ne “L’esploratore misterioso” la fanciulla viandante, a cavallo di una fantastica navicella antropomorfa, solca il mare della fantasia e della speranza alla ricerca di un eros inconosciuto.

In ciò il veicolo si fa complice attivo.

Il riferimento all’erotico è più esplicito in “La casa di Onan”.

In un primo momento il mito di Onan pare rovesciarsi: l’atto d’amore non si autoesplica narcisisticamente ma si esterna nel contatto erotico con una specie di sirena del mare.

In verità anche la sirena simboleggia il fallo e Onan non altro farebbe che ciò a cui è destinato dal suo proprio mito.

Ma vi è una più ermetica zona interpretativa che vale la pena di scoprire:

La sirena rappresenta anche in questo caso il medium di riferimento con il mondo della fantasia e della libertà di cui l’erotico costituisce, da sempre, la principale chiave di accesso.

In un altro dipinto, “Amanti reali”(1993), il gioco diventapostulato enigmatico.

Chi dei sue manichini è di genere maschile o femminile?-Laddove i decori dell’abbigliamento non sono elemento sufficiente a dare una risposta sicura. E sulla spalla di chi dei sue, s’è posato il volatile che pare sussurrare qualcosa?

Giusto il titolo,poichè l’autore ha simulato una situazione irreale per dissimularne una reale che, alla fine, non è che la risposta al quesito.

Nelle opere cronologicamente più lontane questa profonda operazione dissimulatrice è quasi assente.

Rimane, nella scelta dei colori però, il preludio a quella metafisica del meraviglioso che verrà poi in seguito dilatata sotto il profilo formale e concettuale.

Così, il cielo inferiore di Piero Bresciani, cioè il cielo dentro di noi, quale spazio intimo della visionarietà, della fantasia e della speranza (vedi i pezzi di arcobaleno sparsi nelle figuarazioni) diventa metafora della indivisione col nostro “io” più misterioso ed incoffessato.

Giovanni Bovecchi

LA GIOSTRA DEI SOGNI SMARRITI

(sulle ultime metmorfosi di Piero Bresciani)

 

Quando il bizzarro spirito della finzione fiabesca ci abbandona, quando il pungolo dell’ironia cessa di solleticarci, i giorni si mettono a roteare incolori, meccanicamente prevedibili, come lancette sul quadrante piatto e sguarnito d’un orologio.

Ma deve pur esserci un arguto proliferare della fantasia che sia in grado di illustrarci le nostre metamorfosi interiori.

Altrimenti come potremmo noi esorcizzarne le assurdità, eluderne la noia, sopportarne tutto il quotidiano “or vacui”?

Anche la giostra su cui noi abbiamo roteato bambini, spesso faceva perno attorno a un marchingegno sgangherato.

Ma nel suo carico d’invenzioni sapeva trascinarci con sè nell’errore innocente d’essere altrove e felici.

Piero Bresciani pittore ha deciso di non scenderne più.

Egli ha eletto questo suo mulinare fantastico a luogo privilegiato ove attingere i soggetti di queste sue “metamorfosi”.

Il cardine di questa sua giostra dipinta deve far le va su un punto sconosciuto dello zodiaco.

Quello che oscuro intreccia ogni nostro destino!

E come si mette a girare, un cerchio stravagante di figure incantate traveste lo spettacolo del mondo: ciechi indovini e cavalieri erranti, dame deluse e uccelli varipinti, angeli senza cielo, efebi senza sesso definito e bambini ammaliati.

Essa tutto dilata e trasfigura: il rapido cangiare di ogni umano desiderio e le ultime parvenze d’ogni sogno smarrito.

Forse tutto è illusorio; e ancor più ambiguo può farsi il discorso amoroso che lega le creature fra di loro.

Ogni giro, ogni giorno aggiunge un’altra maschera al nostro vero volto ignorato.

Impossibile sondarne il più riposto significato: così il pittore si limita a magnificarne le cangianti apparizioni.

Anfitrione sapido e melanconico d’improbabile rinascenza, è un principe spodestato che si elegge, per sua intima necessità di evasione e regista d’una festa gaudente e sontuosa.

Egli quasi bramerebbe che essa potesse perdurare all’infinito.

Come un prestigiatore instancabile, egli vorrebbe ilarmente tirarne le fila, combinando così miti, figure e storie di questa sua corte immaginaria.

Si tratta di un gioco libero e fresco, alleggerito d’ogno scoperta complicazione intellettualistica, ma che non rinuncia a farsi allegoria della scomposta fiera del mondo.

Così le barocche cornici entro cui Piero Bresciani inserisce ed illustra questo torneo complicato dell’intrigo amoroso, trovano sempre una loro imprevedibile soluzione prospettica.

Egli inventa così spazi mutevoli, così come cangiante è la natura del desiderio ch’egli rappresenta.

Egli vi riesce in virtù di un sapiente sincretismo, rielaborando una fitta rete di citazioni illustri d’epoche e di autori diversi, ma anch’esse sempre magistralmente mascherate.

La giostra del suo stile gioca anch’essa come se il tempo non avesse più peso.

Ogni frammento d’una cultura visiva che appartiene al passato qui riacquista una sua contemporaneità e riattiva la sua forza simbolica, quando il pittore riesce ad appropriarsene con coraggio e leggerezza.

E molte sono le risorse tecniche a cui Bresciani ricorre a seconda del suo repertorio fantastici.

Quanto più si avventura in un discorso scopertamente fiabesco, egli sceglie allora un’originalissima tessitura timbrica a matita, sfumando, come nel “Sofà degli amanti”

l’esitazione dei due giovani e teneri amanti in una cristallina malinconia.

Altrove, e sempre più frequente in queste sue ultime “Mtamorfosi”, i contrasti tonali più decisi e sensuali, l’uso più denso e carnoso dell’olio, paiono significare il preludio di un crepuscolo, un segno minaccioso serpeggiante sulla festa che declina.

Le sue allegorie dei tortuosi cammini del desiderio si fanno allora scopertamente più inquietanti.

In “Didattica familiare”, per esempio, ecco il davanzale d’una cella dalle sbarre semidivelte.

La monacale madre premurosa tiene in mano la piccola figlia colomba: tenta di farla saltare nel magico cerchietto della vita.

“Studiarsi fargli core, E consolarlo dell’umano stato”.

Un padre inconsistente, muso e sguardo da isterico galletto, seguita senza successo ad incitarla e ammonirla.

E quale spaesata mestizia appare in “Dame du temps jadis”così poco a suo agio nelle vesti di un epoca non sua.

Oppure dinnanzi ad un complicato sipario di tendaggi e verdure, lì sotto lo sguardo attonito d’un bimbo, scoperto emblema di una innocenza perduta, ecco in “Dopo, senza la maschera” il bel nudo di donna, troppo saziata dalla sua passione, sentire come fugge da sè   giovinezza, irrimediabilmente.

Ed è in lei tutta la solitudine di chi, smarrito nei suoi mille volti, dubita nel profondo di sè stesso d’essere stato veramente amato.

Pietrasanta 3 agosto 1992                                                   Giuseppe Cordoni

DEDICATO ALL’OPERA “IL SOFA’ DELL’AMORE” DI PIERO BRESCIANI

 

Rito che deve unirci o solo gioco

di tarocchi che l’estro tuo combina

è il tempo che tu illustri. Al tuo sorriso

un’esca sempre accesa. Un festino

di fiaba che imbandisci e che tu affolli

di maghe spodestate e d’indovini.

D’uccelli variopinti, senza voli.

O di teneri amanti come questi….

trepidi nelle loro esitazioni

non c’è seta scarlatta che li scaldi.

Larguzia nel tuo segno non perdona.

                                                                              Giuseppe Cordoni 1992

OMAGGIO A PIERO BRESCIANI

UN ARTISTA DELLA NOSTRA TERRA

 

(dal n°18/19 dei Quaderni Versiliesi)

……………………

 

Piero Bresciani è nato a Pietrasanta cittadina che per generazioni e generazioni ha prodotto artisti.

Egli dunque appartiene ad un popolo che ha nel sangue la sensibilità artistica e l’estro artigiano.

Cresciuto negli studi dove gli anziani tramandano ai giovani i segreti del mestiere e maturato nell’ambiente più sofisticato di Brera, ha conosciuto in seguito anche l’amore per il teatro dialettale, dove si è distinto sia come autore che come attore.

Scultore di enigmatiche terrecotte, pittore dal tratto e dall’uso dei colori subito riconoscibile ma non facilmente interpretabile per la contradditorietà dei simboli e dei segni reinventati con una sensibilità originalissima come le sue tecniche grafiche, autore di un libro “la Tecù” e di commedie da lui interpretate, ha tutte le caratteristiche di eclettismo e poliedricità degli artisti rinascimentali.

Di loro ha mantenuto anche il carattere non sempre accomodante, ma capace di improvvisi slanci di simpatia e generosità.

A lui dedichiamo queste pagine perchè ha respirato a pieni polmoni sia la polvere degli studi che quella del palcoscenico.

Velella Bisi


PIERO BRESCIANI (di matita e di terra)- Matite e dipinti

Degli innumerevoli ismi del Novecento soltanto tre hanno dimostrato di avere ed hanno la capacità di proiettarsi nel futuro: Surrealismo, Simbolismo ed Espressionismo, d’altronde componenti primarie dell’arte d’ogni tempo.

Nel filone del Surrealismo si colloca Piero Bresciani, versiliese doc del capoluogo, pittore, docente di pittura nel glorioso Istituto d’Arte “Stagio Stagi”, autore e attore dialettale di raffinata maestria.

Ad una sapiente forza disegnativa unisce una sbrigliata fantasia fiabesca , che gli consente di raggiungere al cuore lo spettatore.

Mentre l’Iperrealismo è troppo spesso raggelante, il Surrealismo simbolico del Bresciani è ricco di suggestioni liriche e oniriche.

Lo conosco da molti anni, più o meno da quando, giovinetto, si diplomava a Carrara, per proseguire poi a Milano, all’Accademia di Brera, crogiolo in quel tempo di forti impulsi innovativi.

Non è agibile l’iter di un pittore, nel dedalo dell’arte contemporanea; meno ancora è semplice entrare nel mercato, che dovunque è quanto mai artificioso e, in Italia, fa addirittura l’altalena tra ricchi giochi di clan e staticità omertosa.

Bresciani però, pur operando e vivendo a Pietrasanta, è riuscito ad avere un suo spazio e un suo pubblico attento.

La sua pittura piace. I riferimenti sono chiari:Baltus (che però non ha il calore e la sana vitalità mediterranea); De Chirico (per quel minimo riverbero metafisico) e, se vogliamo, Squillantini (per i suoi giochi di società, gli ambienti e le metamorfosi dei personaggi).

Il tutto comunque inserito in una sua inequivocabile geografia sentimentale e poetaica.

Nella mostra viareggina “Matite e dipinti” tenuta nella Circoscrizione  Viareggio nuova organizzatagli dalla commissione cultura, gli amici si accorgeranno che Bresciani ha ulteriormente affinato il suo mezzo espressivo, dando al colore maggior peso comunicativo.

Nella pittura Toscana d’oggi credo abbia un suo posto privilegiato.

Raffaello Bertoli

 

 

 

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